L’assenza di progettazione non è Lean

Uno dei tenet di una certa interpretazione della metodologia Lean è che sia possibile “partire leggeri”, senza grandi investimenti in progettazione, e che in particolare, il design di prodotti sia alla portata veramente di chiunque, in particolare per artisti e per “practictioners” armati di pennarelli colorati e modellini di cartoncino. Questo modo di procedere, spinto agli estremi, porta a dubitare che per le Startup si applichino le leggi della fisica, non parliamo di principi assodati di Ingegneria del Software, che suonano sempre meno “politically correct” man mano che il tempo passa.

Dico una certa interpretazione della metodologia Lean, perché secondo la mia personale comprensione di “Running Lean” di Eric Ries, un MVP, minimum viable product, è il minimo insieme di caratteristiche funzionali che un potenziale utente è disposto a pagare, ed è il primo prodotto che dobbiamo preoccuparci di produrre. Ma deve essere un prodotto, vero, nel concreto e tangibile senso del termine!

Quindi se cercate di spacciare un prototipo costruito in cartoncino per un prodotto funzionante, o una serie di immagini realizzate con un editor grafico ad un prodotto, potete al massimo verificare se c’è un po’ di interesse per un possibile prodotto. Però secondo la mia personale interpretazione, il prodotto deve esistere, e deve fisicamente svolgere le funzioni che dichiara di svolgere.

È inutile sposare una metodologia e volerla seguire separandola dalla competenza necessaria per applicarla concretamente alla disciplina in cui si sceglie di operare: Si rischia di finire ad occuparsi di Cargo Cult methodologies, in cui il seguire rigorosamente tutti i cerimoniali ed i riti previsti, inspiegabilmente per il praticante della metodologia slegata dalle necessarie conoscenze teoriche e pratiche, non conduce alla costruzione di oggetti funzionanti.

È impossibile realizzare un prodotto “in un secondo tempo”, se l’idea fisica su cui si fonda il progetto non è stata dimostrata, se non con un prototipo, perlomeno con dei calcoli di fattibilità ed utilizzando un insieme di conoscenze scientifiche e tecnologiche.
Altrimenti la progettazione si trasforma nel “disegna l’astronave” sul quaderno da disegno dei bambini. Non è possibile pensare di poter produrre un apparecchio elettronico ne’ tantomeno “progettarlo” senza sporcarsi le mani, per l’appunto, con l’elettronica!  Si finisce per dare una immagine stranamente falsa, contraddittoria, irreale, che fa venire dei dubbi a persone abituate a ragionare, o che magari conoscono un minimo l’argomento di cui si parla.

Di qui la mia diffidenza per tutti i practictioners di Design Thinking e di Lean Methodologies che non hanno mai realizzato un software (non sanno nemmeno da che parte si inizia), non hanno mai visto l’interno di uno studio di progettazione e mai hanno partecipato alla creazione di un prodotto industriale. È possibile che il vedere la progettazione come qualcosa di semplice, che si può fare solo “disegnando delle forme” sia uno dei tanti casi di sindrome di Dunning/Kruger : quello che non si conosce viene erroneamente definito “semplice” e ci si sente a proprio agio nel dichiararsi esperti di cose che non si conoscono.

È ben per questo che il definire “facile” l’attività di scrittura del software è profondamente diseducativo. Fatto bene è un lavoro duro, che richiede impegno, e l’esperienza consiste soprattutto nel non commettere errori già visti, già sperimentati.

Se tutto quello che avete alla fine della vostra attività di progettazione è un modellino di carta, non avete in mano alcunché, nemmeno la possibilità di ricavare dei dati e delle ulteriori informazioni da parte dei vostri clienti, dato che misurare la risposta ed il comportamento dell’utente di fronte ad un modello di cartone è una impresa disperata. Un modello di cartone non costruisce uno skillset, non in elettronica ne’ in informatica, non vi consente di imparare.

Certo potete improvvisare dei giochi di ruolo in cui scambiate delle carte davanti a degli “utenti” che fanno parte del vostro team, ma questi modellini di cartono non possono certo venire definiti prototipi funzionanti.
Il confondere la forma con il prototipo è una distorsione percettiva che, secondo me, può venire dagli architetti: per loro la forma può davvero essere l’oggetto da realizzare, quindi costruire un modellino in scala (calcoli strutturali a parte) può in un certo senso venire considerato un “prototipo”.

Gli Architetti (e per architetti intendo in questo caso con precisione proprio i progettisti di “spazi a misura d’uomo”, e non i progettisti di sistemi informatici) sono in genere fondatori di movimenti culturali che spesso hanno ampia risonanza nella progettazione del software, anche più che nella loro disciplina originale, ma questo non è uno di quei casi. Concetti come “decomposizione funzionale”, o “form follows function” e “pattern” li hanno inventati proprio gli Architetti!

Ma certamente non basta un modellino di cartone quale prototipo se volete costruire una lavastoviglie o una radio. Costruire un prototipo di una lavastoviglie, a parte l’aspetto puramente estetico, richiede un lavoro più complesso, ed anche misure sul campo.

Altrimenti, come fare per far si che una lavastoviglie possa definirsi “a basso consumo”? Occorrono approcci progettuali precisi, calcoli, e non semplici fattori estetici.

Allo stesso modo, un mockup con dei disegni di schermate, non è da solo un “progetto software implementabile” (con buona pace di molte agenzie di comunicazione/pubblicitarie/web e simili).

A volte armati solo di una metodologia di analisi dei bisogni e delle percezioni degli utenti, ci si avventura addirittura a produrre immagini patinate e design dalla linea filante di prodotti innovativi.

Tanto basta creare una presentazione su Kickstarter o Indiegogo, con un video convincente, e limitarsi a fare attività di progettazione ed ingegneria come afterthought, in fondo la tecnologia dei renderer fotorealistici consente di far correre dei dinosauri, volete che non sia in grado di fornirvi la foto di un prodotto che non esiste?

Il problema nasce quando “prodotti” che finiscono per racimolare premi di design (ma chi fa parte di certe commissioni?) si scopre sono fisicamente irrealizzabili così come descritto dai “progettisti”.

Ed è il triste caso di Fontus, un capolavoro di design di una bottiglia che si riempie da sola, e che sarebbe bellissima, se solo fosse possibile costruirla e produrla come descritto nella sua campagna di lancio.

Purtroppo Fontus non è realizzabile, stanti le attuali conoscenze di termodinamica e sulle celle fotoelettriche. Poeticissima l’idea di una bottiglia per ciclisti che si riempie da sola, sicuramente se esistesse e fosse possibile, senza portarsi dietro svariati metri quadri di pannelli solari, ci sarebbe un mercato. Però ci sarebbe un enorme mercato anche per lampade di Aladino, tappeti volanti, teletrasporto e bacchette magiche: desiderare che qualcosa esista non lo rende ne’ reale ne’ realizzabile.

Questo è un certo tipo di design dell’era moderna, di gente abituata a vincere facile, convinti che sia sufficiente eliminare i lati difficili, che tanto sono negativi e non interessano nessuno, forse basta trovare un Ingegnere in un secondo momento, o coinvolgere uno sviluppatore purché pagato poco 🙂

Anzi, fare progettazione “lentamente”, misurando i passi, e calcolando quello che si fa è una moda così sorpassata, una cosa “da vecchi”. A voler considerare le cose da un certo punto di vista, è sempre l’eterna dicotomia tra forma e sostanza. Con la forma ci si può far notare, ma armati solo una ottima forma, in genere non si costruiscono grandi risultati industriali.

Rattrista essere a conoscenza di gente che dichiara di volersi occupare di “progetti finanziati di ricerca”, per esempio in elettronica, e che millanta di occuparsi di Grafene, ma che palesemente non dispone di alcuno strumento di misura elettronica, nemmeno un misero multimetro digitale.
Che vogliamo fare, l’elettronica su quaderni a quadretti nel 2017?

Nota bene, reputo che la gioia giocosa sia essenziale nel produrre nuove idee creative, ma non è possibile “farsi degli sconti” e non svolgere anche tutto il resto del percorso, quando ci si occupa di progettazione.

Musica a 432 Hertz

A 432 Hz suona meglio… oppure no?

Oggi voglio parlare dei numerosi articoli che vengono pubblicati sulle proprietà mistiche delle vibrazioni, e sul fatto che una corretta accordatura a 432 Hz per il LA centrale migliori la possibilità per la musica di “risuonare naturalmente”, con effetti benefici sull’umore e via discorrendo.

Purtroppo la musica è fortemente legata alla matematica, e su alcune cose non si può barare.
Le frequenze delle note basate sulla scala temperata sono facilmente calcolabili.

Si procede così:

Data la frequenza di una nota, il semitono successivo si ottiene moltiplicando quella frequenza per radice dodicesima di due. Infatti la frequenza deve raddoppiare passando alla stessa nota per l’ottava successiva. La frequenza di riferimento è da secoli il LA centrale della tastiera del pianoforte.
E’ la nota che corrisponde alla lettera A nella notazione Anglosassone,

Questa frequenza è la stessa del segnale di occupato usato in telefonia, o del segnale del monoscopio in televisione.

Dato che su una scala temperata le note distano ciascuna rispetto all’altra per radice dodicesima di due, e che il La centrale è a 440Hz, la frequenza di 432 Hz non è presente in alcuna nota emessa da uno strumento intonato.

Infatti dividendo per radice docidecisima di due 440 otteniamo:

f (la) = 440 Hz

f(la b) = 440 / 1.05946409 = 415 Hz, frequenza del La bemolle centrale = Mi#

Quindi ne’ il Mi diesis (semitono precedente) ne’ il La centrale hanno come valore 432.

La frequenza di 432 Hz è vicina al La centrale, ma non abbastanza.

Storicamente si sono usati come valori del LA 442 e 443 Hz, ancora più lontani… e per cui comunque non si ottengono comunque valori vicini a 432 Hz, mai.

Dubito che un direttore d’orchestra possa decidere di accordare in basso di quasi due cent, aspetto smentite.

Sul risuonare a 432 Hz, attendo che qualcuno possa trovare dei valori di frequenza corrispondenti a note presenti sulla scala temperata, ed il cui multiplo faccia 432, lo dico in senso ironico…

Perché a 432 “risuoni” alcunché, il valore 432 dovrebbe corrispondere esattamente ad un multiplo intero del valore di almeno una frequenza di una nota di ottave precedenti quella centrale.

Ma così non è:

Se dividiamo per due ci troviamo a 216 (e la frequenza del La si è spostata a 220 Hz).

Qualsiasi divisione per potenza di due non ci porta a valori che coincidano con note appartenenti a scala temperata correttamente accordata.

Se dividiamo per tre ci troviamo a 144 Hz. Sfortuna… le note più prossime valgono 139 e 147 Hz.

Se dividiamo per cinque otteniamo 432/5=86,4 Hz. Note più vicine a 83 ed 88Hz…

Una ipotetica sesta armonica: 432/6=72 Hz. Anche qui, le frequenze più vicine di note correttamente intonate sono 70 e 74 Hz  (e NESSUN MUSICISTA che non sia sordo come una campana/incapace accorda il proprio strumento in modo che emetta ESATTAMENTE una nota intermedia tra un Do diesis ed un Re …).

A 432 non risuona alcunché che sia collegato ad una scala temperata, e, come abbiamo visto, eventuali sovrapposizioni con la frequenza di 440 Hz sono imputabili ad errori di accordatura…

Questa dei 432 Hz è una sonora stupidaggine, ed è divertente in quanti abbocchino a fandonie come questa, semplice fuffa basata sul nulla e su affermazioni prive di merito e facilissime da confutare, numeri alla mano.

Circolano anche voci fantasiose e, per quello che mi risulta, antistoriche: i 440Hz sarebbero carichi “negativamente” perché l’intonazione a 440Hz sarebbe stata decisa, nientepocodimenoché da Goebbels, mentre i Pink Floyd avrebbero suonato con l’intonazione a 432Hz, per “migliorare la qualità del suono”.

La prima affermazione è falsa, si è arrivati alla intonazione a 440Hz attraverso un comitato internazionale, e per un fine nobile: consentire a tutti gli strumentisti di poter suonare insieme senza problemi, uno dei tanti casi di COOPERAZIONE internazionale, altro che negatività, ed il nazismo non c’entra minimamente, si tratta di uno standard approvato negli anni 50!

La seconda è altrettanto falsa: i Pink Floyd avevano come ingegnere del suono un tizio chiamato Alan Parsons, che è ben noto a chiunque si occupi di audio a livello professionale, o anche solo a livello poco più che amatoriale. Il signore in questione ha rilasciato al pubblico i suoi appunti, consultabili online, in cui, se per caso spostando verso il basso di 8 Hz l’accordatura del LA si fossero ottenuti dei vantaggi, ci sarebbero delle tracce nei suoi scritti e sarebbe stranoto a chiunque si occupi di ingegneria del suono.
Ovviamente non è così. Nei forum di ingegneria del suono si parla della teoria dei 432Hz, in modo umoristico, e viene considerata unanimemente una sonora bufala, allo stesso livello delle teorie dei rettiliani.